
In copertina: San Bernardino da Siena, affresco del XVI secolo nel chiostro dell'antico convento di Santa Maria della Misericordia (oggi sede del MUNICIPIO), Montecorvino Pugliano, Salerno.
PREFAZIONE
La santità da sempre ha esercitato un fascino notevole.
Conoscere la vita dei santi, indagare sulle loro vicende, motivazioni e scelte non rappresenta solo l'aspetto devozionale ma significa conoscere lo stile che questi hanno esercitato nel seguire l'amore di Cristo e nel cercare il Regno Dio. Pertanto questo opuscolo vuole essere un modo per conoscere meglio la storia di S.Bernardino e il culto di S. Bernardino nel Salernitano.
Da questo punto di vista Carmelo Currò ha compiuto un lavoro attraverso il quale ci viene ripresentata l'imponente e dimenticata figura di S.Bernardino sotto l'aspetto storico, religioso e scientifico. Infatti l'autore ha saputo compiere in questo lavoro una lettura profonda del contesto socio-culturale e religioso nel quale S.Bernardino aveva speso la sua esistenza.
S.Bernardino ha attraversato molte città dell'Italia con il suo fervore di apostolo di Gesù, annunciando l'amore misericordioso del Padre e attirando folle di persone perché si potessero convertire all'amore di Dio. Questo gigante della fede "In nome del Figlio" compie segni straordinari di misericordia e potenza che lasciano serenità e pace. Per noi cristiani del terzo millennio conoscere S. Bernardino rappresenta lo stimolo contro l'indifferenza diffusa del nostro tempo e soprattutto l'impegno ad annunciare all'uomo il "Vangelo", cioè la buona notizia, "in un mondo che cambia". L'impegno che riguarda ogni battezzato, la nostra esistenza come dono si deve tradurre in un compito: "Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione" (lTs 4,3). In questo momento vogliamo ricordare Giovanni Paolo II che ha beatificato e canonizzato, durante il suo pontificato, tanti cristiani, e tra loro molti laici che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita. E' evidente -diceva Giovanni Paolo II- che i percorsi della Santità sono personali ed esigono una vera e propria pedagogia della santità che sia capace di adattarsi alle singole persone.
Quindi la santità come chiamata all'amore di Dio e alla perfezione evangelica è un dono accessibile a tutti coloro che vogliono vivere, come S.Bernardino, "In nome del Figlio". L'ardore che animò S.Bernardino nella sua missione apostolica possa invadere l'animo di ogni battezzato così da diventare anche noi testimoni ed annunciatori e testimoni del Vangelo che salva e dona la vita nuova in Cristo.
DON ALESSANDRO BOTTIGLERI
PARROCO PARROCCHIA S.BERNARDINO
MONTECORVINO PUGLIANO SALERNO -ITALY
Con gli occhi di oggi, non ci stupiremmo di vedere un uomo che nell'Ottocento avrebbe meravigliato la gente, rinchiusa in un involucro di vecchie mentalità compassate. Un uomo col saio che percorre l'Italia per predicare, come tanti altri frati animati dal fervore della loro missione. Un fervore che provoca, interroga, esige e impaurisce, e che talvolta diverte; ma che lascia risultati diversi intorno a sè, a secondo dell'autentico spirito di chi lo dimostra.
Bernardino, però, non è uguale agli altri. Lui arriva nei paesi e nelle città, passa tra la gente, sale sui pulpiti o si arrampica verso gli spazi più alti delle piazze, e fa vedere a tutti il pezzo di legno che stringe nelle mani. Quelli che sono più vicini scorgono sull'asse alcuni segni incisi; quanti tra loro sanno leggere vi interpretano lettere dell'alfabeto. Tutti gli domanderanno il perché di quei segni e di quel pezzo di legno, e a tutti Bernardino darà le sue risposte. A fedeli, curiosi, frati, a indagatori, inquisitori e critici, egli svelerà il semplice significato dei segni che a non pochi appaiono misteri o stranezze. I segni sono il simbolo del Nome di Gesù. Sono il riassunto della storia salvifica, il segno che racchiude quell'unica parola che va pronunziata con il raccoglimento e la meraviglia cui invitava S. Paolo scrivendo ai Filippesi: "Nel Nome di Gesù si inginocchi tutto quel che c'è in cielo, in terra e sotto terra".
E' per questo che il segno va mostrato ovunque e a tutti, va inciso nei cuori ma va anche innalzato sui luoghi pubblici, sui palazzi, (I Cf. Filippesi, II, lO) sugli stemmi, più in alto ancora delle figure del potere, come egli stesso propone a Siena, indicando quale posto adatto per il simbolo del Nome la facciata del Palazzo pubblico, su cui si innalzava allora la biscia dei Visconti, emblema dei sovrani terreni che per primi dovevano offrire testimonianza di adesione ai piani divini. Ma perché questa tavoletta? Perché adorare i segni di un Nome?
Se lo chiederanno in molti, tanto da influire negativamente sull'opinione del papa Martino V il quale preferì che non venissero portati in giro quegli strani pezzi di legno, per il pericolo dei "molti mali" che ne sarebbero potuti derivare3. Una prudenza eccessiva, si potrebbe pensare, ricordata da S. Giovanni da Capestrano che evidentemente paventava i pericoli di un culto il cui esercizio sarebbe potuto diventare sup.erstizione, se insegnato male e seguito male. Non vi erano forse state negli anni che precedettero Bernardino, esagerazioni e stupide deviazioni dal culto per il Nome di Gesù? Esagerazioni che avevano provocato disordini e intemperanze e che erano state opportunamente condannate. In alcune località della Lombardia, a Viterbo, a Bologna, si era preferita questa devozione al culto per la Croce; e sull'altare maggiore della cattedrale bolognese, si era osato sostituire il Crocifisso con una tavoletta del Sacro Nome. A Modena pare persino che la tavoletta avesse ricevuto, nella processione del Corpus Domini, più venerazione della Sacra Specie. E sia in questa città che a Bologna, alcune confraternite dedicate al culto del Sacro Nome, ospitavano eretici che non esitavano ad aggredire chi si rifiutava di aderire alle loro devozioni. Nel riproporre l'antico culto per il Sàcro Nome, era Bernardino stesso, allora, a spiegare pubblicamente il significato delle lettere incise sulla tavoletta. Un significato senza equivoci, senza misteri e segreti, del tutto ortodosso, tale da non consentire dubbi, interpretazioni errate e deviazioni settarie. In primo luogo, il Nome sacro del Signore che poteva anche essere scritto in maniera abbreviata, veniva inciso entro uno spazio sotto forma di sole: lo spazio più bello e luminoso del Creato, ben raffigurante lo splendore divino e la sua perfezione, espressa nella forma circolare dell'astro. Infatti, Gesù glorioso è sole per l'anima, ed è raggiante dell'Amore con cui ricopre gli uomini: i dodici raggi del sole bernardiniano, che raffigurano anche i dodici Apostoli. Le tre lettere del Nome JHS rappresentano la Trinità, espressa ancora dalla figura solare che, pur costituendo un solo corpo in natura, è costituito da tre elementi: splendore, calore e vigore ossia energia. Tutto questo rappresenta la tavoletta del Santo: un riassunto della Fede cattolica di semplice intendimento e facile da ricordare. Un segno, dunque, ancora più interpretabile di quanto a volte non sia la raffigurazione pittorica attraverso cui passano l'immaginazione devota dei fedeli e l'insegnamento dottrinale. Nessun cedimento, perciò, alla superstizione o al feticismo si può trovare nel segno di Bernardino ma un altro modo per tenere Cristo nel cuore, non solo facendolo passare alla mente grazie allo sguardo ma specialmente grazie al tatto, con lo stringere quel pezzo di legno come oggi tanti devoti fanno, stringendo tra le mani la Corona del Rosario. "Contro a chi parla come non si debba -proclamò lo stesso Bernardino nel corso di una predica tenuta a Firenze nel 1425- dirò ch'io non dissi che s'adorasse i colori, né l'argento ma il substanziale di quello nome Jhesus, Iddio ed omo, non lettera, né azzurro, né raggi, né tavola per lor medesima substanzia e qualità ma il substantiale che è sotto quella cotale lettera". Ecco cosa tiene in mano Bernardino mentre si avvia a rivolgere le sue prediche. Ed ecco anche il segno tangibile di quanto gli dà la forza di muoversi da una città all'altra, di parlare, quasi di tuonare, anche da vecchio, anche allo stremo delle forze. Perché noi non dobbiamo assolutamente immaginarci, nel pensare a Bernardino, un predicatore dei giorni nostri che arriva in una parrocchia per preparare i fedeli con una novena o che pronuncia un discorso per una solennità o una lezione.
Il predicatore dei secoli passati, di cui il Santo di Siena costituisce una tra le più alte figure, arriva per instaurare nella pratica e nella vita quotidiana il Regno di Dio; spesso è chiamato dalle classi dirigenti quando si sono rivelati inutili gli altri rimedi per riportare la pace nelle comunità. Oppure, a invocare il passaggio di un uomo coraggioso e dalla figura ieratica, sono i confratelli religiosi e l'autorità ecclesiastica, tutti preoccupati per il decadimento spirituale nelle comunità, che induce a problemi non solo di ordine pubblico ma anche di carattere sociale ed economico. Ho parlato di figura ieratica. Perché ieri come oggi, l'ardore dell'animo corrisponde spesso ad una comunicazione di pensiero che passa attraverso una comunicazione umana coinvolgente. Si è detto più volte, a proposito della straordinaria proiezione verso il mondo di Giovanni Paolo Il che le sue doti di grande comunicatore discendevano da un carattere e da una Fede ferventi e certo anche dal suo passato di attore e drammaturgo: tutte qualità che gli consentivano di gestire un'immagine ammirata e amata, mediazione ideale per il Messaggio cristiano. Molte personalità del passato possedevano questa straordinaria capacità comunicativa: Pontefici, Santi, Re e Regine che sapevano coinvolgere, trascinare e convincere le folle con frasi, discorsi, gesti che ci sono tramandati da puntuali resoconti storici. Non è forse oggi talvolta raffigurato Bernardino mentre riceve l'ispirarazione direttamente dal Cielo? e in tutte le statue e i quadri, oggi non ci appare S. Vincenzo Ferrer, l'altro grande predicatore domenicano, in figura quasi non più umana ma di uomo cui sono spuntate le ali, con la fiamma dello Spirito che aleggia sul suo capo, e la tromba per l'annuncio angelico della fme dei tempi?
Così, alla fme, dovevano apparire alle folle questi uomini ammantati di coraggio e santità che passavano in mezzo alle loro case. Bernardino possiede queste capacità e le mette in pratica. In momenti difficili ed in situazioni all'apparenza normali. Perché, se viene chiamato sovente per riedificare una pace che è stata frantumata dagli odi di parte, molto più frequentemente egli interviene per operare quella che oggi sarebbe chiamata una pace preventiva, per eliminare i presupposti dell'odio quando la situazione non ha ancora raggiunto la fase critica di rottura. La società del tempo in cui Bernardino vive, in particolare in Italia, contiene fermenti di grande importanza sociale. E' iniziato un lungo periodo in cui cambiamenti notevoli appaiono nella compagine e nella struttura delle comunità; mutano i componenti di queste comunità, si trasformano le loro classi dirigenti, nuove famiglie prendono il posto dei patriziati urbani, si modificano atteggiamenti e mentalità. Si è parlato giustamente della rivoluzione umanistica che attraverso gli studi pone l'uomo in una posizione sempre più centrale nel Creato, rispetto alle convinzioni religiose. Ma questa constatazione va integrata da altre osservazioni; ad esempio dalla necessità di spiegarci la ragione per cui alcuni ceti mercantili assumono in un periodo relativamente breve un potere prima insperabile. Cardatori, mercanti di lana, e quindi prestatori e banchieri mettono in moto una nuova economia ma anche un nuovo genere di società.
Già S. Tommaso, molti anni prima, aveva trovato indispensabile stabilire l'inquadramento di una comunità che diventava meno agricola, entro le nuove strutture urbane. In questo luogo demograficamente ampio si sviluppano lavori nuovi per necessità nuove e per questo diviene compito della Chiesa disciplinare moderni comportamenti entro una formula dottrinale che garantisca l'adesione alla convivenza della comunità.
In quest'ottica, il mercante di lana, il titolare dei grandi laboratori per la lavorazione dei panni, colui che presta il danaro per avviare le attività, diventano i soggetti che devono tener presenti nella loro vita i Precetti evangelici. E con loro, quanti gestiscono la diffusione di un indotto economico che comprende l'edificazione di palazzi, l'importazione di merci pregiate, la costruzione di mobili eleganti. Un obbligo che procede in primo luogo dalla necessità di salvare la propria anima e quindi dal dover garantire la pace sociale altrimenti passibile di minaccia per la cattiva gestione e divisione delle ricchezze. Del resto, a dimostrare quanto sia stata chiara in ogni tempo la Dottrina sociale della Chiesa, ben prima che altre dottrine sbandierassero una facile giustizia tra le classi, rimane quella frase di Bernardino che riassume i suoi infiniti interventi sull'obbligo dell'elemosina e dell'aiuto reciproco: "O la robba che tu hai, donde l'hai tu auta?
Siamo, a quei tempi in quella che efficacemente è stata definita una società "precapitalista", una società che riassume già molti difetti tra i molti che verranno denunciati nel corso dei secoli e contro i cui mali hanno da poco levato la voce sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI solo poche ore prima di ascendere al Soglio pontificio. Troppe fatiche per le masse lavoratrici vedeva già Bernardino, per uomini, donne e bambini segregati ore e ore al giorno in grandi stanze buie, con le mani e i piedi immersi nelle vasche per i panni, con la faccia sporca di tinture, gli occhi rovinati, le gole arrossate o ingrandite e piagate per la cattiva alimentazione. E quel che è forse peggio, il Santo si .scontra con l'indifferenza dei ricchi: proprio lui che aveva imparato in famiglia che la nobiltà del sangue deve accompagnarsi alla nobiltà del cuore, e che aveva curato con affetto le sue anziane parenti dopo che queste affettuosissime qonne lo avevano accolto, orfano e solo, nel caldo.
Bernardino, allora, pur disapprovando il possesso egoistico dei beni (egli stesso si era liberato delle sue ricchezze nel momento in cui era entrato nell'Ordine francescano), non ne condannava l'uso, raccomandando però caldamente una loro parziale destinazione verso le opere di misericordia corporale. Forse non chiediamo noi stessi misericordia a Dio? E allora, egli proclamerà: "come noi la domandiamo, simile si conviene che noi la facciamo ad altrui", poiché "giudizio senza misericordia sarà fatto a colui che non avrà misericordia".
Da questa pace intima, quasi "privata" che l'anima deve raggiungere nel rapporto con Dio e con i fratelli, il passo verso una pace più generale era molto facile, e il Frate è letteralmente chiamato ad instaurarla. Gli esempi non si possono contare.
A Milano, Bernardino è invitato e accolto per uno scopo particolare: portare la concordia. Nei piccoli e grandi centri dell'Italia centro-settentrionale, la pace è spesso un sogno, oppressa dalle rivalità municipali e dalle lotte tra le fazioni. Dai tempi dei Guelfi e Ghibellini, i ceti popolari, borghesi e nobiliari italiani si combattono nelle strade e nelle piazze, oltre che sui campi di battaglia, provocando le infInite catene di morti che sono seguite da vendette, incarcerazioni, bandi ed esili. Da Milano a Firenze, da Pistoia a Perugia, senza risparmiare centri minori come Cortona o Roccaporena, la violenza dilaga contro i tentativi di Stati e di singoli, compiuti per placare animosità e ferocie. S. Margherita e S. Rita, vittime o protagoniste di vicende legate alle lotte intestine, additeranno nel perdono e nella penitenza le strade per dimenticare gli antichi rancori. In genere sarà l'azione di Governi forti che si espandono e si impongono sul territorio, a porre un freno alle lotte fratricide. Così avverrà definitivamente in Toscana grazie all'opera di Cosimo dei Medicilo. Così tentano di fare Filippo Maria Visconti e Caterina Colonna, il primo nel suo Stato lombardo, la seconda nel Montefeltro, applicando i metodi consigliati da un politico buon senso. Entrambi ricorrono perciò all'influenza salutare di un uomo di grande prestigio: il Santo che si vede e si ascolta nelle piazze d'Italia, e che le folle considerano già effettivamente santo; un po' come se Padre Pio del Novecento avesse percorso la Penisola in ruolo di predicatore, di missionario e soprattutto di paciere.
Sarebbe stato difficile resistere a quella influenza capace di invocare il Nome divino e di prospettare esigenze terrene, di ricordare la concordia voluta nei Cieli e la serenità desiderata nelle case. In Umbria l'aggressione del Capitano Tornano" costituisce un'opera pittorica che riproduce fedelmente ed enfaticamente una scena sanguinosa, il cui esito è posto però nella mano di Bernardino invocato dal ferito mentre giace sul letto di mortell. In Lombardia, l'arrivo del Santo avviene all'interno di un contesto sociale pericoloso, su invito di un Sovrano che lo ama e lo teme, e che a tratti diventa insofferente ai rimproveri del Frate. Eppure, il suo ripetuto giungere e la sua attività vengono proprio per queste ragioni testimoniati da una connotazione pittorica più lontana da quelle rasserenanti immagini di dolce vecchiaia che i devoti sono abituati a conoscere. Qui, infatti, il suo aspetto assume toni più severi se non aulici, in grado di mostrare alle comunità che la sua parola esprime il volere di. La testimonianza di Matteo Vegio parla esplicitamente del Santo ricordando la "sententiarum majestas", il tono maestoso di parlare; come che "omnia quaecumque divino ore profata", e "quasi a coelo missum Bernardinum": Bernardino parla come se fosse stato mandato dal Cielo. Da morto, poi, Bernardino entra a pieno titolo nella religiosità popolare in qualità di protettore e al fianco di altri Santi francescani. L’ Opera di Perugino e Aiuto, si trova a Perugia, Galleria Nazionale.
La peste che affiora periodicamente e che sconvolge particolarmente l'Italia nel 1494 e nei primi anni del Cinquecento (in questi casi ancora poco studiata nei suoi effetti demografici e sociali), lo fa accostare ben presto a più tradizionali protettori. E' Benozzo Bozzoli che testimonia nei suoi dipinti i diversi compagni celesti del Santo, e quindi la devozione generale che esula dai contesti politici ed economici, che spesso lo accompagnarono in vita, per riversarsi in un ambito più strettamente e personalmente prossimo ai soccorsi materiali. I Santi francescani, S. Giacomo e S. Cristo faro (l'uno titolare del famoso Santuario di Campo stella, l'altro chiamato a proteggere i pellegrini là diretti), S. Chiara da Montefalco, sono tra i protagonisti celesti affrescati dall'artista nel 1452 nella cappella di S. Gerolamo in S. Francesco a Montefalco. Ma poi S. Sebastiano e S. Rocco (patroni contro la peste) e S. Antonio Abate (patrono contro la scrofola) sono da lui dipinti nel 1465 e nel 1471, introducendo un tema meno teologico, in favore della protezione del corpo, già impresso dal Beato Angelico poco dopo la morte del Santo, con la presentazione di Bernardino alla venerazione dei fedeli insieme al Cristo Morto e a numerosi Santi tra cui i Medici Cosma e Damiano. I motivi, dunque, della venerazione che in Italia e poi nel Mezzogiorno si diffonde intorno a Bernardino sembrano essere evidenti: in primo luogo il ricordo della sua presenza o del passaggio in numerosi centri; quindi la capillare propaganda dei Frati Minori in favore di un proprio confratello; infine l'entrata a pieno titolo del Santo nella mistica agiografica che diffonde racconti di episodi miracolosi. Bernardino è tra quanti raccordano il Paradiso con "la Terra: scuote i cuori, converte i peccatori, anima le vocazioni; e grazie ai suoi meriti guarisce e salva i devoti: fa risorgere i morti, risana gli storpi, scaccia l'orso feroce, compie un prodigio simile a quello di S. Francesco di Paola che inginocchiato sul suo mantello attraversa lo stretto di Messina, e nello stesso modo miracolosamente passa sulle acque del Mincio.
Tutti fattori, questi, che si inseriscono su altri elementi di grande rilievo, come la mediazione politica, così spesso presente nella scelta delle devozioni, e quella dei conterranei del Santo che vivono o lavorano nelle regioni meridionali. Fra le tante aree attraversate da Bernardino, Salerno e il Salernitano costituiscono una zona ideale di indagine, per il concorso di tutte le cause che hanno visto nascere il culto nei confronti del Santo di Siena. Passaggio, fama di santità, predicazione, mediazione dell'autorità politica, dei confratelli, dei conterranei; istituzione di parrocchie, altari, confraternite; ricordi di episodi che fanno riferimento alla sua vita; immagini sue o del Trigramma col Sacro Nome che rimangono impresse in opere d'arte o in luoghi di culto, in grandi o piccoli centri; quadri, affreschi, statue, incisioni, stucchi. I tratti del Santo o il simbolo della sua predicazione si ritrovano discretamente, a testimoniare non solo la sua vita ma la vita, le aspirazioni, le preghiere di tanti fedeli dei secoli passati che nel suo nome riponevano le proprie speranze.

Salemo, ai tempi di S. Bemardino, non è una grande città ma grazie al suo porto si trova ad essere lo sbocco al mare di un ampio hinterland popolato e attivissimo. Qui fanno capo, tra gli altri, lavoranti, artigiani, ftlatrici, tessitori, tintori: uomini e donne che nelle proprie case danno vita ad una fitta serie di protoindustrie, nate sfruttando le potenzialità del territorio. La Valle dell'lmo e le contigue zone di Solo fra e di Serino, possiedono corsi d'acqua, pascoli, greggi che vanno periodicamente tosati, e si trovano sulla strada per la Puglia, da dove arrivano altri carichi di lana, pelli e cuoio.
Fiumi dell'area sono ideali per la concia che è praticata anche nel Cilento (ricco della mortella utilizzata dagli artigiani per la materia prima animale); ad Eboli dove l'allevamento dei bufali unisce alla produzione casearia quell'attività di lavorazione delle pelli, ricordata dal titolo dell'antichissima chiesa di S.Maria delle Conce, poi diventata la Collegiata di S. Maria della Pietà; e poi nel Picentino dove si costruiscono le grandi vasche alimentate dalle acque fluviali, in cui si opera la "valcatura", ossia la pulizia della lana.
In tutto questo territorio, si costruiscono depositi per custodire il materiale, si fabbricano strumenti per la cardatura, il lavoro diventa sempre più diffuso e specializzato, e i prodotti ricercati, avviati a Salemo e quindi a Napoli, in Sicilia, nell'Italia centro-settentrionale. Il prodotto attira l'attenzione dei grandi mercanti toscani, così bravi a trattare la lana per fame stoffa pregiata. E invece di nutrire rivalità, le parti si accordano per l'acquisto e l'invio di merce semilavorata, da far passare nei grandi laboratori fiorentini e quindi da rispedire in ogni parte d'Europa. Nell'una e nell'altra regione, mercanti diventano banchieri e banchieri diventano nobili; a loro volta, non pochi nobili si trasformano in mercanti, per incrementare le proprie rendite fondiarie. Già Carlo I concedeva ai patrizi salernitani Guarna la bagliva della tenta e della celendra, cioè l'amministrazione dei diritti feudali sulla tintura e la stiratura dei tessuti; diritto poi ceduto da Giovanna I all'altra famiglia patrizia dei Cavaselicet. In breve, il volume di affari sembra così interessante che Salerno stessa ospiterà mercanti e banchieri di varie parti d'Europa, e più numerosi di tutti, proprio i Fiorentini. Tra i primi Toscani, Brunello e Lucio dei Russi, della società dei Baccusi di Lucca, nel 1263 acquistavano dal nobile Riccardo de' Ruggiero i beni di Salerno che questi aveva ereditato dai genitori; e poi, sul finire del Duecento, i mercanti stranieri presenti in città nominavano un proprio console nella persona di Accursio Bonafede, cui i fiorentini Frescobaldi, Bardi e Peruzzi affidavano anche le loro operazioni bancarie sul posto.
Ma i Toscani non portano solo merci e danaro. Coloro che in città e nelle aree vicine producono, vendono o acquistano seta, velluto, bottoni, indumenti, cuoio, spille, cera, sapone, riso (nella periferia di Salerno esiste oggi "via delle risaie'), miglio, mandorle, alici salate, non parlano solo di affari e di commercio ma si scambiano idee, opinioni ed esperienze. I bagagli che Fiorentini o Senesi portano con sé nei loro lunghi spostamenti, sono anche costituiti da gusti e da pensieri. Il chiostro dell'antica abbazia salernitana di S. Benedetto ha lasciato tracce che ancora affiorano in alcuni elementi visibili nell'attuale sede del Museo archeologico e in quella parte dell'edificio che si affaccia in un cortile interno del distretto militare. Doveva essere un luogo suggestivo quell'angolo di monastero, se ci affidiamo ad alcune ricostruzioni grafiche, in linea con la moda architettonica diffusa nel capoluogo e nelle località vicine tra la fme del XV e i primi anni del XVI secolo. Armando Schiavo, nel leggere questi avanzi materiali, scampati a terremoti e ristrutturazioni, vi riscontrava una grande somiglianza con il loggiato esterno della Casa di Caterina a Siena. Né si può dimenticare che lo stesso cognome della Santa senese, Benincasa, è anche il nome di una frazione di Vietri sul Mare e di molte famiglie originarie della cittadina costiera. E che dire del grande ricordo della cultura senese, rappresentato nella cattedrale di Salerno dalla bella Madonna con Bambino, la nota opera policroma trecentesca ricavata da un solo pezzo di legno d'olivo?
La cultura, la religiosità, la pittura, l'architettura, viaggiano dunque insieme ai mercanti, ai banchieri, ai politici. I Peruzzi sono amici di Roberto d'Angiò, tanto che il Sovrano, rientrando da Avignone dove aveva ricevuto la conferma dell'eredità di Carlo Il, nel 1310 è ospite dei ricchi banchieri nella loro casa di Firenze; e Roberto stesso, nel 1317 , armerà cavaliere il grande pittore toscano Simone Martini; mentre Giovanni Boccaccio, giunto a Napoli nel 1328 come apprendista nel centro d'affari dei Bardi, avrebbe compiuto rapidamente passi importanti nella vita sociale della capitales.
Viaggi incrociati fra l'una e l'altra regione avrebbero compiuto nei secoli non pochi religiosi, a partire da Giovanni Guarna, il Beato discepolo di S. Domenico che ebbe da lui il compito di diffondere l'Ordine a Firenze del primo ventennio del Duecento; mentre i Serviti, Ordine istituito da un gruppo di mercanti toscani, fondarono nel Picentino, nella seconda metà del Quattrocento, il loro primo convento meridionale. Dunque, in questa parte dell'Italia, il substrato sociale appare ideale per ricevere il Santo senese. Non solo perché l'ambiente culturalmente (e lo dico nel modo onnicomprensivo del termine) è abituato ai contatti con la Toscana; ma specialmente perché nel suo tessuto urbano e rurale sono numerosi i conventi francescani che possono costituire per la fama, l'ospitalità, e poi per la diffusione capillare del culto bernardiniano, gli ideali centri propulsori.
Il passaggio di Bernardino attraverso il Principato Citeriore, l'attuale provincia di Salerno, appare ben ricordato e ben menzionato in resoconti e pitture; ma è certamente rapido. Anche qui come ovunque le tappe si trasformano in momenti intensi: l'ordinario e lo straordinario non si contengono entro conftni distinguibili. Situazioni consolidate si sfaldano, altre si costituiscono. In alcune località c'è da far rivivere la religiosità appannata, pubblica e privata; e durante questi passaggi, in tanti luoghi si pongono le basi per le devozioni degli anni futuri. Qui Bernardino passò, qui si affacciò, qui parlò, qui si mise in ginocchio. Quelli che vedono e che ascoltano trasmettono poi i loro ricordi, insieme ai ricordi delle sensazioni intense che una sola anima è in grado di offrire a tante altre anime. Anche qui Bernardino sa disarmare e sa prendere ognuno per mano, lasciando quella che è la vera dimostrazione della santità, così lontana dai risultati di tanti santoni e pseudo-veggenti di oggi: l'atmosfera di pace, serenità, riconciliazione. Ma questo anticipo di Paradiso è breve, il Santo riparte, le lotte ricominciano; gli anni passano, le generazioni si trasformano. Allora l'ambiente va rinfocolato e la devozione alimentata, ad opera di quanti gli sono più affezionati.
Si sa che la tradizione sulla presenza di Bernardino nel Salernitano indica estremi temporali compresi fra il 1435 e il 1440, e geograficamente la racchiude fra Maiori, Campagna, Altavilla Silentina, Buccino, Polla6. Si può affermare, dunque, che tutto il Principato Citeriore viene perpercorso nel corso di una missione che lo avrebbe condotto anche ad Altavilla Irpina, probabilmente allungandosi verso Sud, durante una tappa napoletana; tappa in cui Bernardino avrà incontrato il Re Alfonso, ferventissimo suo devoto e zelatore della futura causa di Canonizzazione7. Si potrà dire che le supposizioni su questo viaggio bernardiniano sono vaghe e con riferimenti documentari abbastanza tardivi. Tuttavia, rimane sempre vero che "il popolo ha una sua facoltà di informazione", e che i ricordi trasmessi entro un paio di generazioni possono agevolmente essere tramandati all'interno delle comunità e delle famiglie religiose presenti sul territorio.
Secondo ricordi messi sulla carta tra la fme del Cinquecento e il Seicento, Bernardino avrebbe visitato Buccino, per poi dirigersi a Polla. Mentre si recava in questa località, passando per il paese di S.Arsenio, si imbattè per via in un gruppo di giovani intenti a giocare a palla. Non c'era il "branco", allora, e subito qualcuno suggerisce di scostarsi per lasciar passare il solitario vecchio. Ma uno tra i ragazzi si rifiuta di lasciare il gioco: "Che me ne importa del vecchio?", dice agli altri; e in quel mentre, il braccio che si muove in gesto di fastidio rimane impietrito. Bernardino non si accorge di niente, evidentemente passa in mezzo all'erba e se ne va. Si ferma poco dopo, però, a riposare, vicino a un tronco seccato, chiamato "occhiano". E qui lo trova un uomo che accorre dal paese, e che lo prega di tornare: il giovane è stato punito dal Cielo per la sua intemperanza; anzi per un sacrilegio, visto che un prodigio lo ha così terribilmente punito. Alla richiesta di pietà, il Santo soavemente risponde: in quel preciso momento, il ragazzo è già guarito, e il suo braccio si muove di nuovo. Il Frate riparte. I paesani si informano allora sull'identità del viandante, e fmalmente apprendono che si tratta del famoso Bernardino. Per lui nasce spontanea una venerazione immediata; sfociata, dopo la sua canonizzazione nell'edificazione di una cappella a lui dedicata, proprio dove Egli si era fermato; e quindi nella erezione di una Confraternita dallo stesso titolo.
A Campagna, il Santo avrebbe predicato il 15 agosto 1440 nella piazza che poi prese il suo nome, nel centro cittadino, dal momento che la chiesa non poteva bastare per accogliere il popolo accorso ad ascoltarlo. E prima di partire egli lascia un ricordo di sé: quella dichiarazione di perpetua protezione nei confronti della città, che i cittadini si tramandano con fede. Una benedizione che assicura beni materiali e prosperità demografica, sempre che gli abitanti rimangano devoti al Nome di Gesù e alla sua Passione, a Maria, alla Trinità, confessandosi più volte al mese e "fuggendo liti, discordie, peccati, per amarsi fraternamente"lo. I cittadini di Campagna dedicarono al suo ricordo il Seggio della piazza in cui parlò; qui, quando venne canonizzato, essi edificarono una cappella in suo onore e lo proclamarono loro Protettore. Nel 1625, poi, Campagna accolse con entusiasmo le reliquie di Bernardino, donate alla Confraternita di S. Maria della Neve; e due volte l'anno festeggiava il Santo: il 14 gennaio, festa del Nome di Gesù, e il 20 maggio, giorno della sua morte. A Maiori, l'altra tappa salernitana, Bernardino si sarebbe fermato presso il convento francescano, forse appena restaurato dopo essere stato bruciato nel corso dell'incursione barbaresca del 1435. Qui la tradizione vuole che egli compisse un altro miracolo: l'aver fatto scaturire una fonte, su preghiera dei confratelli che domandavano un soccorso in un periodo di grave siccità.
Questi i ricordi particolarmente vivi, perché diretti, sul Santo di Siena, anche se minacciati dal pericolo di essere almeno in parte costituiti da voci apocrife. Rimangono, però, segni non secondari di devozione, proprio nei titoli delle chiese, degli altari, delle confraternite intitolati a Bernardino in tante parti del Principato. Tra le altre località, oltre a S. Arsenio e Campagna, anche a Contursi, Petina, Polla, Atena Lucana, Sala Consilina, Sassano, Teggiano. Ad Eboli dove esisteva una Confraternita in suo onore di cui si ha notizia fin dal 157614; a Salerno dove ancora esiste un'altra antica Confraternita che oggi ha sede presso il Monte dei Morti; a S. Lucia di Serino dove esisteva nel 1557 un beneficio sotto il titolo di S. Bernardino, di cui era titolare la famiglia Magnacervo e a Montoro. Finalmente, una parrocchia dedicata al Santo senese si trova a Montecorvino Pugliano dove la devozione per il Sacro
Nome e per il suo fervente Apostolo dovette essere diffusa dai chiostri francescani della zona. Anche in quest'ampia parte dell'Italia meridionale, il ricordo e l'immagine del Santo non sono soltanto quelli della tradizione e della devozione; ma vengono affidati a segni e raffigurazioni. I colori degli artisti e la devozione dei fedeli hanno lasciato ai secoli altre tracce, oltre quelle di preghiere e speranze, tracce fissate ora sulle tele, ora sui muri, ora nei titoli di chiese e altari.
Qui, esistono anche voci e parole. Parole che danno vita, a distanza di centinaia e centinaia di anni, alla mentalità e alle convinzioni delle persone vissute ai tempi di Bernardino, e a tutto un lavorio strategico che insospettabilmente si attuava, per indirizzare le simpatie dell'opinione pubblica. Mi riferisco alle voci che oltrepassano il tempo e che ci conducono a colui che le mise sulla carta: a Tommaso Guardati, il noto Masuccio Salernitano, l'autore del Novellino, che proprio in alcuni suoi racconti fa menzione del Santo di Siena. Ma probabilmente le parole, al di là di molte interpretazioni e ricostruzioni date alle novelle di Masuccio, sono meno sicure di quanto si speri da quel che viene affidato alla penna e che viene talvolta creduto infallibile. Confuse alle polemiche sui predicatori girovaghi, alle polemiche sulle loro polemiche, alla detrazione di un mondo in cui il sacro viene avvilito da ignobili approfittatori, le immagini del Santo devono essere sottoposte a troppe estrapolazioni dal contesto della narrazione e dalla descrizione di un fenomeno che il Guardati aveva l'intenzione di condannare. Omaggio di un racconto, in cui si fa capire che esistono persone in grado di ingannare chiunque, appare atto quanto meno dissacrante, estraneo a quell'alone di intensa devozione con cui la Corte aragonese intendeva ricoprire il ricordo di Bernardino. Eppure, ieri come oggi, dalle vicende di sfruttatori e di burlati, in mezzo ai falsi miracoli e agli inganni di presunti santoni ai danni dell'ingenuità delle loro vittime, noi riusciamo comunque a intravedere il mondo che Masuccio conosce. Una società in cui, innanzitutto, sono presenti i difetti condannati ed estirpati da Bernardino; e poi una società permeata dal sacro e dal desiderio del sacro: una comunità in cui è tale l'anelito di percepire la vicinanza (o la contiguità) con Dio, da ricercarlo in qualsiasi probabile elemento sovrannaturale. Per questo, anche quando Tommaso Guardati mette in evidenza equivoci, tentativi di plagio, robusti appetiti sessuali, altro non fa se non scoprire anche la realtà di fedeli ingenui ma pronti a ricevere entusiasti un messaggio divino che potrebbe esser loro destinato. Ecco perché Masuccio, dà grande "risonanza al fenomeno Bernardino, la cui eco si era andata propagando per l'intero regno meridionale; segno di una volontà orientata a dare sapore di attualità alle vicende narrate"17. Ma dietro questo perché, si nasconde anche dell'altro.
Se alla domanda dei fedeli risponde Bernardino, psicologicamente sciogliendo l'ansia di una sacralità tangibile, ed offrendo quale semplicissima consolazione e ricordo delle sue parole, la tavoletta col Nome di Gesù, la sua figura di Santo fa incredibilmente il primo ingresso nel Salernitano sotto gli auspici della politica. Una politica che riprende appunto quella attualità anti-fratesca sottilmente lanciata da Guardati nelle sue novelle, quasi a rendere meno splendente l'immagine di gloria che si stava costituendo intorno a determinate figure religiose.
Afferma generalmente che la Dinastia aragonese, sull'esempio degli ultimi Angioini, non avesse una politica di particolare attenzione nei confronti degli Ordini e delle novità che le famiglie religiose erano in grado di introdurre nel Regno; e questo, nonostante il lealismo verso la Corona di Enti di grande prestigio come gli Osservanti.
Sembrerebbero, dunque, essere passati i tempi "eroici" dei primi decenni angioini quando i Francescani predicavano capillarmente per propagandare il nuovo Campione eletto dal Papa contro gli Svevi. A loro volta, i Francescani erano ricambiati dalla Famiglia reale angioina con l'assunzione dell'Abito del Terzo Ordine, ancora indossato dalla Regina Margherita di Angiò Durazzo, il cui monumento funebre oggi la rappresenta con i simboli sacri nel duomo di Salerno; e addirittura con l'entrata nella loro Religione di colui che sarebbe potuto divenire l'erede del trono: S. Ludovico, frate e vescovo di Tolosa.
Invece, si commenta, dalla seconda metà del Quattrocento la Dinastia aragonese "puntò piuttosto a mantenere rapporti assai stretti con quei frati che più avevano influenza sulle masse, e ciò indipendentemente dalla loro collocazione all'interno dei vari Ordini". Sotto alcuni aspetti, dunque, sembrerebbe che la predilezione per l'uno o per l'altro predicatore in fama di santità sia derivata da una devozione molto personale nutrita da alcuni sovrani o principi. Sarà così per il Re Ferrante e per il figlio, il futuro Alfonso II, entrambi ferventi ammiratori del controverso predicatore francescano Roberto Caracciolo, più noto col nome di Roberto da Lecce; il quale all'erede Alfonso e a suo fratello, il dotto e giovanissimo cardinale Giovanni, dedicava due erudite opere di argomento spirituale. Antonio a Polla ce lo ricorda, insieme a diversi episodi della vita del Santo, tra cui proprio il prodigio della guarigione operata in favore dell'irriverente giovane a S.Arsenio. Qui, uno tra gli affreschi del riquadro che circondano l'immagine di Bernardino, allargando lo spazio dei prodigi operati dal Santo quando era in vita, riesce forse a cogliere il momento decisivo, la causa da cui scaturisce la devozione di Alfonso: quel miracolo eucaristico operato dal Frate che, spezzando l'Ostia alla presenza del Re, ne vede uscire il Sangue di Gesù. Anche S. Francesco di Paola avrebbe sconvolto il cuore del Re Ferrante, alcuni anni dopo; allorché, secondo la concorde tradizione, rimproverando il Sovrano per le pesanti imposizioni fiscali, avrebbe spezzato una tra le monete che Ferrante gli aveva fatto portare in dono, per lasciarne scaturire il sangue dei sudditi, strappato loro con ingiusto lavoro e con estremi sacrifici. Gli atterriti Regnanti non potevano certo resistere a questi prodigi; a gesti o avvenimenti che anche per chi non è credente restano comunque avvolti nel mistero di una capacità che opera al di là delle leggi fisiche a noi conosciute.
Sull'onda di un episodio così sconvolgente ci spiegheremmo meglio l'attaccamento di Alfonso il quale già il 28 agosto 1448, forse sollecitato dall'altro futuro Santo Giovanni da Capestrano, rivolgeva la sua preghiera al Papa affinché affrettasse il processo di Canonizzazione per Bernardino, morto nel 1444; Canonizzazione che venne celebrata il 24 maggio. Non fu devozione formale, né singola. Se episodi prodigiosi e stioglimenti di cuori erano avvenuti presso la Corte, essi dovevano essersi verificati ed essere stati commentati pubblicamente. Ed un'eco di questa ammirazione la troviamo nel nome del figlio di un gentiluomo di Corte di Alfonso I. lo, padre e cugino di vescovi (suo fratello Giuliano I, fu vescovo di Caiazzo e di Tropea, Regio Consigliere, Regio Cappellano maggiore), Barone del feudo dell'Olmo presso Eboli, imponeva presto a suo figlio il nome di Bernardino. Nome che poi ritroveremo in un figlio e in un nipote di Marco Antonio Troiano, altro nobile ebolitano chiamato per incarichi alla Corte di Napoli e poi consuocero dello stesso Nicola Mirto. Se pensiamo che dall'epoca del primo Re Aragonese iniziano ad essere imposti nella famiglia Troiano nomi come Ferrante, Ferdinando e naturalmente Alfonso (che diviene fisso per i componenti della Casa ebolitana), possiamo comprendere quanta importanza sia affidata anche a questo semplice metodo di trasmissione delle idee, in epoche in cui, mancando altri media, era necessario utilizzare ogni possibile forma di propaganda. Dunque, quando Bernardino muore, inizia il suo processo di Canonizzazione, e infine è proclamato Santo, se ne parla e lo si ritrae in modo tale che la politica, gli affari di Corte, le fazioni del Regno trovino nella devozione per il Frate un nuovo campo di azione. Abbiamo constatato come Tommaso Guardati abbia descritto mentalità e immagini legate alle predicazioni del Santo in tono quasi irriverente. Questo suo modo di scrivere non è soltanto letterale: se, Alfonso d'Aragona si adoperò immediatamente per la Canonizzazione di Bernardino, le pagine di Masuccio possono apparire irriverenti anche nei confronti del Sovrano. Se in Guardati un Ordine come quello degli Osservanti è mostrato all'opinione pubblica sotto un aspetto negativo, coinvolgendo -o meglio, sminuendo- la figura dello stesso Bernardino, sembra chiaro che queste "istanze denigratorie" non sono rivolte solo al Frate e ai suoi confratelli ma che, attraverso loro, esse raggiungano indirettamente il vero bersaglio cui sono dirette, ossia lo stesso Re. Il giudizio contro "la nuova fraudolenta setta dei santi" e la "sceleragine" dei "malvagi religiosi" descritti da Masuccio, offriva un giudizio che "predispone l'ascoltatore" in chiave negativa verso alcuni esempi negativi, gettando un'ombra su tutto l'Ordine e quindi sui suoi sostenitori. Erano "ragioni empiriche", quelle della scelta "anti-bernardiniana" del Guardati; ragioni tutte politiche e derivate in parte dalla constatazione di una decadenza della sua città dopo il felice periodo del Principato degli Orsini.
Poiché, tuttavia, l'opera di Masuccio non è stata scritta in maniera continuativa, sul suo sfondo si notano sia i momenti di decisa opposizione anti-aragonese, certo coincidenti con gli anni in cui Salerno aderiva al partito filo-angioino; sia la fase meno ostile al nuovo ordine politico. Roberto Sanseverino, infatti, di cui Masuccio diverrà segretario, blandito da Renato d'Angiò che gli concesse anche l'Ordine cavalleresco della Luna Crescente, dopo la battaglia di Troia e il crollo delle speranze angioine, espugnava Salerno in favore del Re aragonese. Le critiche aperte o indirette allora cessavano, il Guardati si addolciva, S. Bernardino trionfava sugli altari, ora serenamente presentato alla devozione del popolo, senza costituire più una bandiera per nessuno. Ma ancora un'altra testimonianza rimane di quegli anni, sul culto per Bernardino; una testimonianza che parla senza voce, una grande opera di arte che, proprio per essere l'espressione più alta della mente e del sentimento, racchiude in sé le emozioni e le convinzioni degli anni in cui fu realizzata. Mi riferisco al Trittico intitolato "Madonna con Bambino in trono tra i santi Francesco d'Assisi, Antonio da Padova, Bernardino da Siena e Ludovico d'Angiò", un olio su tavola del XV secolo, opera dell'ignoto Artista detto "Maestro dell'Incoronazione di Eboli", nome mutuato dal suo altro famoso dipinto realizzato per la vicina città, li Trittico, già custodito nel monastero femminile di S. Maria di Piantanova a Salerno, e ora nella Pinacoteca provinciale, è stato oggetto di numerose letture, non solo dal punto di vista artistico ma anche da quello storico e politico, non essendo certo possibile parlare dell'ispirazione dell'Artista o dei desideri di una committenza, senza fare riferimento al contesto sociale in nacquero l'esigenza dell'Opera e la sua realizzazione. li tripudio e il trionfo del Francescanesimo, potrebbe apparire questo dipinto; e dunque ben lontano dalle critiche sollevate dal Guardati in chiave anti-aragonese. Il Fondatore Francesco, il veneratissimo S.Antonio, S. Bernardino stesso e S. Ludovico, sono posti accanto al Trono della Vergine con i simboli della loro vita: le stimmate, il giglio, il Trigramma, la corona reale. Ma proprio queste figure sacre contengono il messaggio lanciato dall'Artista per farlo raccogliere a chi sapeva interpretarlo o per suggestionare e indirizzare i semplici fedeli; allo stesso modo di quei dipinti dai segnali misteriosi di cui si parla nei facili libri di successo di questi anni, in cui quadri di Autori come Nicolas Poussin (e penso naturalmente ai Pastori d'Arcadia), si vuole che additino la chiave di lettura di segreti evangelici, misteri templari, vie per conoscenze oscure o stanze del tesoro. Innanzitutto, la figura di S. Ludovico d'Angiò, il vescovo francescano di Tolosa, contiene ampi riferimenti alla sua Famiglia. Nato a Nocera, il figlio di Carlo II, un giorno destinato a diventare egli stesso Re, volle entrare nell'Ordine francescano, cui era stato affidato nel corso di una forzata permanenza come ostaggio presso il Re di Aragona .Noto per la sua pietà, eletto vescovo molto giovane, egli era morto a soli ventinove anni, dopo una vita di estreme penitenze e mortificazioni corporali che avevano destato generali sentimenti di ammirazione e venerazione!
Il nuovo Santo era stato dunque non solo un modello per la Chiesa e una gloria per i Francescani ma un motivo di ulteriore prestigio per la Dinastia e per quanti si sentivano ad essa legati. Il dipinto salernitano esalta al massimo questo tema. Se l'iconografia di Ludovico contiene spesso i noti elementi della Corona regale posta ai suoi piedi, la mitria episcopale, la presenza dei Gigli di Francia sul suo mantello, qui tutti questi simboli di una predilezione del Regno divino sono presenti all'interno di una enfatizzazione dei segni del Regno terreno. E' vero che la Corona sta vicino agli umili sandali da frate che il Santo calza; ma è vero anche che il suo manto appare ricoperto, costellato dai Gigli araldici della sua Famiglia. Non solo elemento accidentale e comune di uno fra i tanti simboli di un santo, questa volta, ma ammissione, dichiarazione, proclamazione di una santità nata all'interno di una Dinastia prescelta dalla Chiesa in una Nazione come la Francia che veniva considerata sua figlia primogenita.
Inoltre, colpisce gli studiosi un ulteriore elemento "deciso" dall'Artista, e consistente nella "singolare mortificazione, cui è sottoposta la figura di Bernardino (.. .), in relazione all'espansione predominante di San Ludovico e del suo manto, siglato dai gigli angioini: segno di una contrapposizione emergente, considerato che la casa d'Aragona aveva inteso promuovere e seguire costantemente le fasi del processo di beatificazione in favore del santo senese e aveva garantito la diffusione del movimento dell'Osservanza". Qui, dunque, anche se ben evidente, con il suo simbolo del Trigramma collocato nel disco solare, Bernardino appare quasi decentrato, in un tono minore che un committente non avrebbe mai accettato, vivendo anni durante i quali si conoscevano bene le tendenze devote della classe dirigente. Questa è opinione quasi prevalente dei critici. Studiosi accreditati dell'Opera del Maestro ebolitano, come Ferdinando Bologna e Alessandro Cutolo hanno potuto porre in rilievo ora un'ispirazione prevalentemente jacomertiana-iberica della Tavola; ora una più marcata influenza centro-settentrionale italiana che contiene riferimenti a Girolamo di Giovanni, Matteo da Gualdo, Antonio Vivarini. Entrambi, però, sono d'accordo sugli orientamenti politici dell'Opera, collocandola cronologicamente nel breve periodo intercorso tra la vittoria del Re Renato a Sarno contro Ferrante d'Aragona nel 1460 e la sconfitta dello stesso Renato a Troia nel 1462. Un periodo forse troppo breve, tanto che potremmo meglio supporre, con Bignardi, che il Maestro abbia realizzato il Dipinto verso gli anni '70 del Quattrocento, come suggerirebbe una più intensa ispirazione a Piero della Francesca, allontanando così ogni eventuale "speculazione politica" dalle finalità della Tavola. Tuttavia, anche se dovesse essere stato così, non possiamo fare a meno di credere che, pur se concepita in un periodo di placate tensioni civili, il messaggio impresso dalla raffigurazione di S. Ludovico sia troppo intenso, troppo evidente: la sua immagine assume un rilievo simbolico che molto o forse troppo lascia supporre oggi e faceva ricordare nel Quattrocento. Il Maestro dell'Incoronazione di Eboli proviene infatti, se la sua area di attività vide in questa città i momenti migliori o persino la nascita, da un contesto sociale decisamente fllo-angioino. I tanti stemmi di famiglie ebolitane che nelle loro figure araldiche hanno inserito i Gigli emblemi della Dinastia provenzale, stanno a dimostrare la persistenza di una simpatia reciproca, derivante dai tempi del primo Re Carlo e dalla opposizione alla prepotenza degli Svevi. Il messaggio consolatorio dell'Artista è allora lanciato ai fedeli sostenitori di Renato, sparsi fra il popolo, i nobili, il clero. In un momento storico delicato che vede vincitori gli Aragonesi ma in cui un Pretendente, dalla Francia, continua a guardare a Napoli, gli rinvia alla pazienza, ad altre situazioni, ad anni migliori; e mostra un trionfo già conseguito: la proclamazione della Santità di Ludovico che consente, sotto la sua protezione, di raffigurare, lodare, innalzare impunemente un emblema che può essere letto come insegna, come segnale, come bandiera di credo politico. Ma i tempi mutano, la Dinastia si consolida, Bernardino e Ludovico rientrano serenamente nel posto che avranno sempre considerato fosse quello naturale per i Santi: la venerazione incondizionata che i fedeli nutrono, ammirando i modelli ideali per la loro Fede. Ci resta da chiedere quale incidenza, allora, abbia avuto il Bernardino Santo nella vita e nell'affetto di tanti fedeli, anche in questo piccolo spazio dell'Italia che volle dedicarsi a Lui fra le montagne del Picentino. Come nacque nel 1558 la prima chiesa che diede poi vita alla Parrocchia? quali furono le cause della scelta del titolo? Quale frate a noi ignoto si manifestò come apostolo del Sacro Nome, scegliendolo per rimedio contro discordie e malattie, e quindi invocando il suo primo seguace Bernardino, come Patrono sicuro per benefici spirituali e corporali? Esistettero, forse, episodi eclatanti: miracoli e guarigioni come quelli di S. Arsenio o come tanti altri di cui l'agiografia fa protagonista il Frate di Siena. E' probabile che il suo culto si sia diffuso dal convento di S. Maria della Pace a Montecorvino Rovella dove si erano insediati i Minori Osservanti; una nuova Casa francescana che sarebbe stata istituita in occasione di una ritrovata concordia tra due famiglie rivali della cittadina, le cui contese avevano provocato lutti e distruzioni. E non si tratta di questo solo dato che, pur indicativo, sembterebbe troppo generico. La fondazione del convento, infatti, viene attribuita alla volontà di un uomo di grande prestigio, il cui nome già costituisce quasi una prova sulle origini della devozione. Fra' Bernardino Denza, è il suo nome; un religioso nato verso la fine del Quattrocento proprio a Montecorvino e distintosi nel dirimere i contrasti che dilaniavano la cittadinanza; ricordato come Venerabile nelle cronache francescane.
Ritrovando così vicino a Pugliano un uomo di fede, operosità, concordia, ci sembra allora che l'ipotesi sull'identificazione di colui che qui diffuse il culto per il Santo di Siena abbia un fondamento di estremo interesse. Certo, però, quello per Bernardino non fu affetto di una sola persona, anche se autorevole e in fama di santità. Se il Santo è oggi ancora presente in tanti segni lasciati a Montecorvino Pugliano, non possiamo avere dubbi che anche qui, nel Cinquecento, dovette essere generale quel moto di venerazione che pervase tutta l'Italia e che legò il Frate a infinite località della Penisola. Nel centro del Picentino, il suo volto resiste nell'affresco dell'antico chiostro francescano che oggi porta alla sede comunale; nella chiesa a Lui dedicata, la sua immagine mostra il Nome di Gesù nel trionfo del Paradiso che si ammira lungo le travi del soffitto dipinto, e la sua statua troneggia su un altare. Il simbolo del Nome divino è impresso nella decorazione di stucco della porta d'ingresso alla chiesa, sulle grandi porte di metallo di quella che fu un tempo la sede della Congrega, nel legno di un confessionale.
E nel cuore degli uomini? Un'indagine purtroppo incompleta per la mancanza di documentazione più antica, ci conferma un calo graduale nel numero dei nomi di Battesimo legati a Bernardino. Dal 1686 al 1704, ci si attesta solo all' 1 %, per risalire al 5% del periodo 1708-1712; al 3% per gli anni 1718-172437; anche se la presenza di un Bernardino morto a 13 anni nel 1689 ci fa arretrare nel tempo ad anni in cui forse l'onomastico era più usato.
Fra il 1727 e il 1733, la media di quanti si chiamano Bernardino e Bernardina scende di nuovo all' 1 %; si mantiene allo zero per gli anni 1750-1754; all'l % per il 1754-1758; ancora allo zero tra il 1770-177639. Fra il 1790 e il 1794 si registra un solo Bernardino; 3 fra il 1800-180740. Attualmente sembra che siano meno di 10 le persone che portano il nome del Protettore, sull'intero territorio comunale. Non si tratta solo di una questione di moda. Anche in altre parti della Provincia, pare che, dopo un iniziale fervore per questo onomastico, l'uso di imporre il nome Bernardino sia andato scemando, conservandosi solo in poche famiglie. Prendiamo il caso della vicina Eboli. Gli elenchi di nomi e famiglie contenuti negli indici dei volumi del Longobardi, sia pure anch'essi incompleti, lasciano tuttavia intravedere l'andamento della situazione. Nel IV volume, fra le centinaia e centinaia di personaggi ricordati, sono menzionate solo 3 persone che portano il nome del Santo di Siena, e che sono nate nel Seicento; una che è nata all'inizio del Settecento; ed una nata nel XIX secolo ma che è originaria di Campagna. Nel più capillare elenco di nomi e cognomi che riporta notizie sulle persone ecclesiastiche e sui loro genitori o su persone legate ad enti religiosi, l'Autore ricorda un maggior numero di Bernardino e Bernardina che però rimangono sempre una minoranza onomastica dispersa tra nomi più tradizionali. Anche qui abbiamo un "picco" fra metà Cinquecento e metà Seicento, per poi notare una decisa discesa. Su 19 persone ricordate, una nasce nella metà del Cinquecento, 5 nella seconda metà del secolo; 4 nella prima metà del Seicento, 5 nella seconda. A queste ultime va aggiunta però Donna Antonia Terliilo, divenuta Abbadessa del Monastero benedettino di S. Antonio Abate di Eboli, la quale entrando nell'Ordine, sceglie di chiamarsi Bernardina. Ancora a 2 persone viene imposto il nome nella prima metà del Settecento, ed un solo Bernardino appare nato alla fine dello stesso secolo. I nomi tradizionali hanno avuto la meglio; più tardi la soppressione di molti conventi disperderà anche i frati devoti a Bernardino. Immagini di un Santo che diviene più "estraneo" rimangono a testimoniare la fede antica degli avi. Nel ritorno alle tradizioni e alle radici, così rilanciato in questi ultimi anni, con la riscoperta di storie, tracce, segnali del passato, sarebbe interessante poter mostrare l'interesse per il proprio passato onorando con maggiore slancio un Uomo che smosse e mutò i cuori di intere città. Ricorda Giovanni Paolo I, in una sua immaginaria lettera a S. Bernardino, il resoconto della venerazione quasi fanatica che si portò al Santo quando era ancora vivo il ricordo di quella sua dolce figura sincera e sorridente. Lo riprende dalla memoria di Enea Silvio Piccolomini, il grande umanista che sarebbe divenuto Papa Pio II, e concittadino del Frate: "Alla tua morte, i signori più potenti d'Italia si divisero le tue reliquie. Ai poveri senesi, che tanto ti amavano, nulla rimase di te. Restava solo l'asinello, sulla cui groppa eri qualche volta salito, quando ti sentivi stanco dal viaggio negli ultimi anni di tua vita. Le donne di Siena videro un giorno passare la povera bestia, la fermarono, la depilarono tutta e conservarono quei peli come reliquia". Anche queste modeste persone avevano amato e capito Bernardino quando aveva parlato senza quelle "parole difficili, irte di ismi nebulosi", oggi "usate ad esprimere perfino le cose più facili". Bernardino che parla alle coscienze e attira le folle, è dunque immagine di un vero Santo e per questo immagine da riscoprire. Perché chi è in grado di attrarre a Cristo e a sé tante masse in ordinata, serena, sorridente ed entusiasta marea, non può che rappresentare una Verità che gli uomini cercano, credenti e non credenti. Come ha dimostrato un esodo finalmente pacifico, forse per la prima volta nella storia del mondo, alla morte di Giovanni Paolo II
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